Stupro a Catania: Le disperate richieste d’aiuto della ragazza

Stupro a Catania, i messaggi della ragazza: “Non voglio”, “Aiutami”. Salvini chiede la castrazione chimica

La giovane americana abusata da tre ragazzi, durante lo stupro, ha cercato di contattare con il cellulare un amico e il numero di emergenza

dal nostro inviato SALVO PALAZZOLO

27 marzo 2019


Stupro a Catania, i messaggi della ragazza: "Non voglio", "Aiutami". Salvini chiede la castrazione chimica
(ansa)

CATANIA – “Per i vermi violentatori di Catania, che hanno stuprato una turista, nessuno sconto: certezza della pena e castrazione chimica!”. Questo dice il ministro dell’Interno Matteo Salvini a proposito del caso di violenza di gruppo contro una donna americana, avvenuto ieri a Catania.

Una violenza resa ancora più drammatica dalla lunga deposizione della giovane baby sitter ai carabinieri.

«Quando mi hanno spinta in macchina con forza, sono riuscita a mandare un messaggio vocale a un amico — racconta — gli ho sussurrato: “Per favore aiutami, ci sono dei ragazzi, non voglio”. E lui, prima mi ha risposto che non capiva, poi che non aveva l’auto e non poteva aiutarmi. Una cosa assurda».

Ventiquattrore dopo lo stupro — è la notte fra il 16 e il 17 marzo — la diciottenne americana sta denunciando i suoi tre aggressori, ma continua a ripetere anche il nome dell’amico (o presunto tale). «Scrivete pure di Salvo — dice ai carabinieri — sono riuscita a mandargli cinque messaggi vocali mentre mi violentavano, l’ho chiamato due volte. Ma continuava a dire che non capiva. E quando quella notte da incubo è finita, gli ho scritto un ultimo sms: Ti odio davvero».

Eccoli, i Whatsapp rimasti senza risposta. Questo è un dramma che si poteva evitare.
Ore 23,12: «Io sto male, aiuto me». Ore 23,14, si sente la voce di uno degli stupratori: «Compare, te la posso dire una cosa? A chidda ma isu iu». A quella me la alzo io. Ore 23,17: «Aiuto, aiuto, sono nell’auto».

A mezzanotte e 3 minuti, la ragazza riesce a mandare anche la sua posizione esatta, il lungomare di Catania, all’altezza del “Caito”, dove si riuniscono le coppiette. A mezzanotte e 12 minuti, la violenza si sente in diretta. «Vieni qua», dice uno dei ragazzi. «Non voglio», urla lei. «Sì che vuoi», dice un altro. «No, basta. Non voglio, non voglio». Ma l’amico continuava a non preoccuparsi.

Lei racconta: «Quando si sono accorti che avevo il cellulare in mano, hanno provato a togliermelo, ma sono riuscito a tenerlo». E con quel telefono la giovane ha provato poi a lanciare l’allarme al 112, il numero unico di emergenza.
Undici volte ha chiamato fra mezzanotte e 13 e l’una. Lei chiamava e i suoi aggressori la bloccavano. L’operatore del 112 ha provato a richiamare, ma niente. L’ultima telefonata durante quell’incubo è al 911, il numero di emergenza americano. «I richiami d’aiuto si sono susseguiti in un arco di ben un’ora e 45 minuti», annota il giudice delle indagini preliminari Simona Ragazzi per tratteggiare il dramma.

Ventiquattrore dopo lo stupro, la ragazza decide di denunciare. La famiglia che la ospita ha avvertito un amico carabiniere, un maresciallo del nucleo Investigativo. La ragazza consegna le sue calze nere strappate, una gonna blu, un foulard e un paio di slip. Ai militari della Compagnia di Piazza Verga dice: «Qui ci sono le prove di quello che hanno fatto». Piange e si arrabbia. Un cascata di riccioli neri, due occhi grandi. E inizia il suo lungo racconto.

«Venerdì mi trovavo con un’amica al Lupo bar di via teatro Massimo. Si sono avvicinati tre giovani, hanno poggiato i loro bicchieri sul nostro tavolo e hanno iniziato a parlare. Erano gentili». La ragazza fa anche un video, lo manda a una sua amica, che le risponde: «Roberto lo conosco, ha frequentato la mia stessa scuola, stai tranquilla, è un ragazzo per bene». Ma poco dopo la invitano a salire sulla loro auto. «Mi hanno afferrata per un braccio, mi dicevano: stai zitta. E mi hanno spinta sul sedile posteriore». La portano in una strada buia. «Hanno cercato di farmi fumare della marijuana, ma ho rifiutato. E a quel punto hanno iniziato a mettermi le mani addosso».

Sabato scorso, la giovane ha deciso di tornare in America. Prima di salire sull’aereo, ha scritto un sms al maresciallo che l’aveva accompagnata a denunciare, Claudio Rapisarda si chiama, un ragazzone che ha fatto missioni all’estero e adesso si occupa di antimafia. Quasi si commuove quando legge ai suoi colleghi le parole della ragazza: «Vi ringrazio di tutto, ma ora devo andare via, non ce la faccio, sono un fascio di emozioni. Troppo per me».

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https://palermo.repubblica.it/cronaca/2019/03/27/news/_non_voglio_aiutami_le_drammatiche_richieste_di_aiuto_della_ragazza_violentata_a_catania-222601555/