L’Amazzonia brucia: a San Paolo è notte già nel primo pomeriggio

Matrice umana negli inneschi, ma anchedeforestazione e riscaldamento globale sono tra le cause dei vasti incendi che stanno colpendo la foresta pluviale. A peggiorare la situazione è l’arrivo della stagione secca

di Federico Formica

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Il fumo prodotto dagli incendi in un’immagine satellitare della NASA.  Fotografia di NASA Earth Observatory, Lauren Dauphin, using MODIS data from NASA EOSDIS/LANCE and GIBS/Worldview and VIIRS data from NASA EOSDIS/LANCE and GIBS/Worldview, and the Suomi National Polar-orbiting Partnership.

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Alle tre del pomeriggio di martedì 20 agosto a San Paolo è calata la notte. Le impressionanti immagini postate sui social network mostrano la megalopoli brasiliana coperta da un cielo plumbeo, con strade percorse da auto con i fari accesi per evitare incidenti.
Come ha spiegato l’Istituto Nazionale di Meteorologia brasilianosono tre le cause del fenomeno, che è durato circa un’ora: un fronte di aria fredda, l’umidità molto bassa che ha creato una specie di cappa e il fumo dei grandi incendi che stanno colpendo l’Amazzonia, in particolare ai confini con Bolivia e Paraguay, negli Stati di Rondonia e Mato Grosso.

Il “polmone della Terra” non brucia da ieri ma da diversi giorni. Già tra l’11 e il 13 agosto il satellite Aqua della NASA aveva rilevato vasti incendi in quattro regioni amazzoniche del Brasile. “Per la maggior parte dell’anno gli incendi nella foresta Amazzonica sono rari a causa dell’umidità – spiega la NASA – ma tra luglio e agosto, con l’arrivo della stagione secca, generalmente l’attività aumenta”. Ma come ha spiegato alla Reuters il ricercatore Alberto Setzer dell’INPE, l’Istituto nazionale per la ricerca spaziale brasiliano, è anche vero che “l’innesco di un incendio è opera dell’uomo, deliberatamente o per errore”. La stessa NASA spiega che spesso gli agricoltori o gli allevatori danno fuoco per meglio gestire i propri campi o i pascoli o per ripulire il terreno, nonostante sia vietato in questo periodo dell’anno, proprio per il clima favorevole al diffondersi delle fiamme. Poi c’è il disboscamento finalizzato alla raccolta della legna e quello che ha come unico scopo l’allargamento delle aree coltivabili, spesso destinate alla soia.

San Paolo, la foto scattata intorno alle 16.00 mostra come le autovetture siano state costrette ad accendere i fari per far fronte alla scarsa visibilità. Fotografia di Associated Press / AP

Per l’Amazzonia il 2019 è un anno nero. Sempre l’INPE ha fatto sapere che nell’anno in corso – fino ad oggi – gli incendi rilevati nella più grande foresta pluviale del mondo sono stati 72.843, l’83% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e il numero più alto dal 2013, quando l’agenzia ha iniziato le rilevazioni.
In effetti fino a pochi anni fa l’Amazzonia non ha mai avuto particolari problemi con gli incendi, proprio perché particolarmente umida e, quindi, “resistente al fuoco”. Il NOAA, l’Agenzia federale statunitense che si occupa anche di clima, spiega però che le ondate di siccità stanno colpendo la foresta sempre più spesso, privandola di quel “tetto” che trattiene l’umidità.

Anche in questo caso la colpa è quasi del tutto da attribuire all’uomo. Queste ondate di siccità, continua il NOAA, sono “collegate a un aumento della deforestazione nella regione e al cambiamento climatico innescato dall’uomo”.

Secondo diversi esperti, la tendenza in atto potrebbe presto giungere a un punto di non ritorno in grado di trasformare l’Amazzonia in una savana sul lungo periodo. Il danno sarebbe per tutto il pianeta perché quello dell’Amazzonia è un ecosistema in grado di catturare milioni di tonnellate di anidride carbonica ogni anno e già gli incendi di queste settimane stanno rilasciando enormi quantità di emissioni di CO2, seppure non ancora quantificabili. Ad aggiungere preoccupazione a un quadro già di per sé poco rassicurante ci sono altri dati che l’INPE ha presentato a inizio agosto, secondo i quali il tasso di deforestazione dell’Amazzonia è aumentato del 67% nei primi sette mesi del 2019.

Solo a luglio sono stati persi 2.255 chilometri quadrati di foresta: nello stesso mese del 2018 erano stati 597, quasi un quarto. Il presidente del Brasile Jair Bolsonaro ha però tentato di screditare questi dati come falsi e “lesivi dell’immagine del Brasile”. Del resto la vittoria del candidato di destra alle elezioni presidenziali, nel 2018, aveva da subito preoccupato la maggior parte degli ambientalisti. Ansie che oggi sembrano trovare conferme.

Fonte: http://www.nationalgeographic.it