Eutanasia, caso dj Fabo, storica sentenza della Corte Costituzionale: aiuto al suicidio non sempre punibile

La decisione della Consulta. Per avere aiutato dj Fabo ad andare in Svizzera, Marco Cappato rischiava 12 anni: “Da oggi siamo tutti pù liberi”di CATERINA PASOLINI

  • 25 settembre 2019
Eutanasia, caso dj Fabo, storica sentenza della Corte Costituzionale: aiuto al suicidio non sempre punibile
Marco Cappato 

ROMA. “Non è sempre punibile chi aiuta al suicidio, hanno deciso i giudici della Corte Costituzionale dopo giorni di udienza. Sono passate le otto di sera quando arriva la decisione della Consulta  sul caso di Marco Cappato, dell’associazione Luca Coscioni, che rischiava fino a dodici anni di carcere per aver accompagnato Fabiano Antoniani, in arte Dj Fabo, il quarantenne milanese tetraplegico, in Svizzera a morire come chiedeva da anni dopo essersi ritrovato dopo un incidente imprigionato in un corpo come una prigione, completamente cieco. 

La reazione è immediata: “Da oggi tutti più liberi,  anche quelli che non sono d’accordo”, dice Cappato. La sentenza recita: “E’ non punibile”, a “determinate condizioni”, chi “agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”.

Dopo questa sentenza il parlamento dovrà in qualche modo legiferare in materia: non era ancora uscita che già si muovevano le opposizioni cattoliche, che gia prima avevano dichiarato non esistere un diritto a morire. L’associazione medici anestesisti cattolici, che raccoglie 4000 iscritti, ha infatti dichiarato in anticipo che si appelleranno all’obiezione di coscienza, si rifiuteranno di seguire le indicazioni di chi non ce la fa più.

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La corte Costituzionale doveva stabilire se fosse reato, come prevede l’articolo 580 del codice penale, aiutare  ad andarsene una persona malata che non ritiene più sopportabile e dignitoso vivere.  Già l’anno scorso la Consulta aveva segnalato l’incostituzionalità della norma che parificava l’istigazione al suicidio con l’aiuto. Undici mesi fa i giudici, che avevano chiesto al parlamento di legiferare (avevano dato tempo fino al 24 settembre, senza  alcun risultato),  avevano stabilito alcuni punti fondamentli che sono stati alla base della decisione.

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Se da un lato era impossibile depenalizzare totalmente e genericamente l’aiuto al suicidio, la Corte aveva messo in chiaro i punti base, alcune condizioni specifiche che facevano diventare “ingiusta e irragionevole”  la punizione per  chi aiuta a morire. Le condizioni sono  che si tratti di un malato terminale in grado di decidere pienamente, afflitto da una patologia che gli provoca sofferenze fisiche e psichiche per lui assolutamente intollerabili.

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In questi due anni e mezzo in cui è stato sotto processo Marco Cappato, difeso dall’avvocato Filomena Gallo, segretaria dell’associazione Coscioni,  sono state centinaia le persone che hanno chiesto informazioni. che hanno chiamato, scritto all’Associazione Coscioni per capire come fare per morire, per smettere di soffrire.

Fonte: https://www.repubblica.it/